Cosa significa gestire una crisi per la reputazione di un leader. Se il Covid-19 fosse la Katrina di Trump?

Coronavirus, elezioni e, non ultimo, il razzismo sistemico, sono solo alcuni dei problemi che attualmente gli Stati Uniti stanno affrontando. Se vi state chiedendo quale nesso ci sia tra queste problematiche e un blog che si occupa dei rischi reputazionali, troverete, in parte, le risposte in questo articolo.

Nei loro 244 anni di storia, gli Stati Uniti hanno rappresentato una superpotenza mondiale e ancora oggi esercitano la loro influenza attraverso forme diverse di influenza, il cosiddetto softpower. Non per questo, però, sono stati esenti da crisi economiche, catastrofi naturali, crisi sociali, spesso conseguenza delle precedenti.

Il tema della reputazione, in questo contesto, si intreccia inevitabilmente con quello politico e sistemico. In che modo? Abbiamo deciso di ripercorrere in breve la storia di un disastro naturale, uno degli uragani più devastanti, raffrontandola alla crisi sanitaria determinata dalla Sars-CoV-2.

Ma perché prendere in esame questi episodi? Cosa c’entra l’uragano Katrina con quello che stanno vivendo oggi, 15 anni dopo, gli Stati Uniti? Gli States sono i “padri fondatori” del crisis management, dagli anni 80 hanno dato un’impostazione sistematica a quella che fino a quel momento non era una disciplina organica. Per questo verrebbe da pensare che da loro si debba imparare come comunicare una crisi e soprattutto come farlo senza conseguenze disastrose, ma imparare non significa necessariamente farlo solo da una gestione di successo. Significa anche imparare dagli errori altrui, dalla cattiva gestione di un’emergenza.

Va da sé che l’impatto reale delle dichiarazioni, delle scelte comunicative in tali situazioni, sulla reputazione di un leader e di un Paese, non può essere determinato su due piedi, sic et simpliciter per le sue numerose implicazioni.

L'uragano Katrina su New Orleans, 10 anni fa - Le foto - Panorama

Il passaggio di Katrina su New Orleans (fonte immagine: panorama.it)

Cosa ha rappresentato Katrina per l’immagine di Bush

Facciamo un passo indietro nel tempo. Tutti o quasi, ricordiamo che nell’agosto del 2005 alcuni stati Americani, per la precisione Lousiana, Florida e Mississipi furono colpiti da uno degli uragani più violenti della storia, Katrina. Le conseguenze furono drammatiche, ci furono 1800 morti, migliaia di sfollati e centinaia di miliardi di dollari di danni. L’allora presidente Bush fu accusato di non aver saputo gestire in maniera adeguata l’emergenza, affiancato sul territorio degli Stati colpiti, da amministrazioni locali altrettanto impreparate. A peggiorare, però, l’immagine di George W. Bush, il fatto che nei primi giorni di emergenza egli rimase in vacanza e non menzionò l’imminente pericolo in un discorso radiofonico.

La difficile gestione di Katrina determinò significativamente il declino della popolarità di Bush (i sondaggi nei giorni immediatamente successivi al disastro indicavano che la popolarità di Bush era al 42%, il più valore basso registrato fino a quel momento), la cui risposta all’emergenza fu ritenuta insufficiente e inadeguata. Fu un duro colpo inferto alla reputazione dell’allora presidente degli Stati Uniti, minata da incompetenza e  noncuranza, che non riuscì più a cambiare. Sebbene la crisi Katrina non sia in toto paragonabile all’attuale emergenza da coronavirus, la lezione da imparare resta unica: la reputazione risente sensibilmente delle risposte elaborate rispetto alle situazioni più critiche a vari livelli, da quello manageriale, al pubblico, a quello del singolo individuo e anche a quello politico, inficiando spesso la leadership di un partito e di un paese. Nessuno è immune, per utilizzare un termine particolarmente inflazionato da qualche mese a questa parte.

Repubblica.it » esteri » Bush: "Tra i peggiori disastri naturali ...

Fonte immagine: usnews.com

Coronavirus: strategie e epic fail nella comuncazione di Trump

Una delle cose che ad oggi sappiamo sulla situazione Coronavirus negli Stati Uniti è che il tema politico e quello della gestione della crisi troveranno la loro cartina da tornasole nella competizione elettorale.

C’è da fare sempre una precisazione quando si parla di sistema americano, ovvero, sottolineare che i governatori locali negli Stati Uniti hanno un margine di autonomia rispetto al governo centrale diverso e ben più ampio rispetto a quello a cui siamo abituati in Italia.

La gestione diversa da Stato a Stato dipende dal fatto che Il potere di decidere come agire spetti agli Stati singoli più che al governo federale. A quest’ultimo il compito di fare raccomandazioni, dare direttive e fare pressioni sugli Stati perché le seguano.
Analizziamo l’emergenza Covid-19 da un punto di vista comunicativo. In ordine sparso il presidente Trump ha perseguito la strategia della minimizzazione della pericolosità del virus, della retorica anticinese, strategia per altro che gli aveva consentito di guadagnare consensi nelle elezioni del 2016, la delegittimazione degli esperti da Antony Fauci, illustre immunologo a capo della Task force statunitense e dell’Organizzazione mondiale della sanità, ritenuta “troppo favorevole” alla Cina, e accusata di avere avuto falle nella gestione dell’epidemia. Ha adottato la politica dell’America First anche rispetto all’eventuale ipotesi di esclusività del vaccino per gli Usa e, sempre in materia di cure e rimedi, non si dimentichino gli epic fail del Presidente Trump, ossia le affermazioni sull’idrossiclorochina di cui ha detto di fare uso quotidianamente (circa un mese fa) e il suggerimento di curare il Covid-19 con i raggi ultravioletti e attraverso l’iniezione di prodotti disinfettanti nei contagiati, salvo poi ritrattare questa affermazione, in quanto solo “uno scherzo”, frainteso dai più. Non ultimo il rifiuto di Trump di indossare la mascherina in pubblico.

Prostrati dalla crisi economica e sociale, alcuni Stati hanno dato vita a una serie di proteste contro le misure di contenimento della diffusione del virus, ritenute troppo limitanti e stringenti. Il presidente Trump, infatti, ha contraddetto la prudenza raccomandata dalle stesse linee guida diffuse dalla Casa Bianca assecondando e sostenendo su Twitter le proteste divampate in Michigan, Minnesota e Virginia (governati dai Democratici). Al netto di giudizi di parte, i dati evidenziano che, dopo un primo momento in cui i paesi più colpiti dall’epidemia sono stati quelli più popolati, spesso governati dai Democratici, successivamente il virus ha colpito in maniera più pesante, tra aprile e maggio, gli Stati guidati da governatori repubblicani (Oklahoma, Sud Dakota, Iowa, Nebraska) per citarne alcuni.

Fonte immagine: dailymail.co.uk

Quali saranno le ripercussioni per l’amministrazione Trump, sarà rieletto, non sarà confermato? Sarà il candidato democratico Joe Biden il prossimo a guidare gli Usa? È presto per dirlo. Possiamo, però, essere certi che l’esito delle elezioni di novembre risentirà della gestione dell’attuale crisi e del suo impatto sulla reputazione del Paese e dell’amministrazione Trump. Una risposta tardiva e deficitaria come molti ritengono essere stata quella degli Usa, anche tra la popolazione, potrebbe (il condizionale è d’obbligo) costituire una minaccia per la reputazione del Presidente e la fiducia degli elettori.

Sondaggi: indice di fiducia e reputazione?

Nonostante fotografino un momento ben preciso, i sondaggi sono indicativi dell’orientamento della popolazione. Cosa dicono attualmente? Nelle prime fasi dell’epidemia la popolarità di Trump è scesa tra le fasce della popolazione più anziana, un bacino di elettori molto importante per il tycoon e anche la più vulnerabile al coronavirus. Ad oggi l’indice di popolarità di Trump si attesterebbe intorno al 41,1% (ha raggiunto anche valori più bassi). Per inciso, Jimmy Carter e George H.W. Bush, cioè gli ultimi due presidenti a non essere rieletti, avevano un tasso di approvazione inferiore al 40 per cento nell’ultimo periodo del proprio mandato. Sembrerebbe, invece, che il candidato democratico Joe Biden sia avanti da alcune settimane nei sondaggi.

Per saperne di più:

  • American icons. Viaggio tra i luoghi più significativi della cultura americana di Arthur Asa Berger, 2014, Franco Angeli
  • https://www.ilpost.it/2020/06/14/sondaggi-trump-biden/
  • Preparing for Critical Infrastructure Breakdowns: The Limits of Crisis Management and the Need for Resilience di Arjen Boin and Allan McConnell, Journal of Contingencies and Crisis Management, Volume 15 Number 1 March 2007

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