“La stanza degli abbracci”, quando non basta un nome importante per creare uno spot efficace

Il titolo del primo spot della campagna vaccinale ideato e diretto da Giuseppe Tornatore è “la stanza degli abbracci” e prende spunto dalle stanze create in alcuni centri per anziani nei quali sono stati sistemati dei teli divisori per permettere ai parenti di abbracciare i loro cari.

Giuseppe Tornatore è un registasceneggiatore, produttore cinematografico e montatore italiano, vincitore di vari premi: un Golden Globe, un Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes del 1989 due premi BAFTA e dieci David di Donatello. Il suo film Nuovo Cinema Paradiso vinse l’Oscar al miglior film in lingua straniera. Insomma non il primo arrivato nel mondo del cinema, appunto del cinema non della comunicazione pubblicitaria e per quanto abbia lavorato pro bono ha delineato un aspetto poco rassicurante nell’economia identitaria delle professionalità legate alla pubblicità soprattutto se questa scelta proviene dal mondo della comunicazione pubblica.

Lo spot è sotto ogni aspetto una realizzazione cinematografica di livello alto dal punto di vista tecnico ma sembra forzare le regole pubblicitarie e ci spinge a pensare che forse non sortirà l’effetto voluto ma analizziamo alcuni passaggi che non convincono la scelta effettuata dal Commissario Straordinario Arcuri. Il target è senza dubbio una delle prime domande che ci si deve porre quando si decide di realizzare uno spot pubblicitario e il target di questa campagna dovrebbe essere composto da due categorie che tutt’oggi continuano a fare notizia anche nei professionisti della sanità, gli scettici e gli indecisi. Come potremmo colpire questo target e nel caso far cambiare loro idea sul vaccino?

La “stanza degli abbracci” di per sé ci induce a pensare ad uno human insight molto forte che si poggia su emozioni ed empatia che però ha necessariamente bisogno di una leva opposta, razionale, diretta che deve smuovere l’animo degli scettici che andrebbero rassicurati anche attraverso l’uso di provocazioni. Non possiamo più fermarci alla semplice emozione di uno spettatore distratto, dobbiamo invogliarlo a vaccinarsi, dovremmo provocarlo affinché lui stesso possa rendersi conto che non è più solo un “volersi bene” come ci ripete lo spot ma che c’è altro.

Tutto lo spot ci lascia in una incertezza che da mesi ormai caratterizza la nostra quotidianità. L’incalzare alla lotta contro il tempo che vien fuori stona con i tempi in realtà più lunghi dei calendari delle vaccinazioni e rischia non solo di creare uno stato di ansia nello spettatore ma anche poca credibilità nei confronti di chi chiede di non perdere tempo e poi di fatto è il responsabile (per l’opinione pubblica) del ritardo nelle vaccinazioni.

Se poi stiamo attenti alla realizzazione scenografica dello spot ci accorgiamo che in realtà la sicurezza che ci chiedono quotidianamente non viene rispettata, il telo fluttua in una stanza senza essere collegato al pavimento e di fatto non isolando la persona anziana creandoci inconsciamente un senso di insicurezza nonostante si volesse l’esatto contrario. Il vero assente di questo primo spot è l’invito all’azione. Ci si trova ad essere confusi, cosa dobbiamo fare? Nessuno ci dice in maniera diretta quale è la scelta giusta. “Devi volerti bene” ha tanti, troppi significati. VACCINATI ha solo un chiaro significato e sicuramente coglie di più nel segno. Probabilmente non si è tenuto conto di affiancare ad un grande nome come quello di Giuseppe Tornatore un’agenzia di comunicazione in grado di pianificare una strategia corredata di brief da portare ad un regista cosi importante che avrebbe di sicuro facilitato il suo lavoro. Sarebbe opportuno che ognuno si occupasse di ciò per cui ha piena competenza onde evitare che la propria reputazione crolli in una manciata di secondi.

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